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LA MIA STORIA di Sergio Bonacchi

LA MIA STORIA
di Sergio Bonacchi

Sembra quasi un gioco di parole, un cinico gioco di parole nella nostra realtà, ma questa è la mia storia, una storia di sangue, di sacrifici, di uomini che, senza nulla chiedere hanno dato tutto per un ideale di giustizia e di libertà, per una società più giusta ed a misura d’uomo.
Era il lontano luglio del 1944, quando la formazione partigiana di Silvano Fedi, che operava nella zona di Montechiaro, ebbe uno scontro a fuoco con i nazisti. Fu un attimo, dal dolce caldo d’estate ed il canto degli uccelli, si passò al gracchiare acido dei fucili, dei mitragliatori e delle pistole, poi più nulla, qualche lamento, parole incomprensibili piene di odio, poi la morte.
Per qualche minuto la vita parve fermarsi, poi piano piano gli uccelli ricominciarono a cantare, gli uomini si ricordarono di essere uomini, la vita ricominciò.
Cominciò la ricostruzione, le prime incomprensioni politiche, la fine di un ciclo, poi il boom economico. Ma di Silvano e di centinaia e centinaia di uomini e donne che erano morti come lui che cosa rimaneva? Un ricordo: in qualche caso una lapide, in altri ma in verità molto pochi, un monumento.
Fu così anche per Silvano, sulla via di Montechiaro, proprio nel punto in cui si consumò l’estremo sacrificio, una lapide di marmo, fredda e gelida come la morte, poche frasi, poche righe, solo un ricordo.
Il tempo cammina inesorabile, il sistema di vita porta sempre più il cittadino a chiudersi in se stesso, l’eversione riprende quota, fino ad essere il pericolo numero uno per le istituzioni, e in questo contesto come dicevo sopra, dei sacrifici e dei valori della resistenza non se ne parla più o quasi, solo in sporadiche occasioni, ma più per formalità che per altro.
Da quì una lieta sorpresa, una sezione A.N.P.I. decide di dare più risvolto al sacrificio di Silvano e la sua formazione.
Fu così che la sezione A.N.P.I. di Bonelle con la sua tenacia e la capacità politica, riuscì a mettere in movimento lavoratori, modesti cittadini, uomini politici, amministratori, fu così che venne formato il Comitato per il Cippo a Silvano Fedi e la sua formazione.
Non poche furono le difficoltà da superare, ma la volontà e l’entusiasmo sopperirono su tutto, ma anche in questo caso, su tutti si distinsero i bonellini e la sua Sezione, e mentre le difficoltà burocratiche ed amministrative venivano risolte dagli addetti ai lavori, l’opera veniva plasmata dalle mani esperte del Prof. Umberto Bovi, fino a che tutto fu pronto per l’inaugurazione, che si tenne il 22 aprile del 1979, di fronte alle Autorità cittadine. L’opera della scultore Bovi si presentò subito grandiosa, simboleggiando la vita che trionfa sulla morte. Infatti, il Monumento è un cilindro di bronzo alto sei metri; presenta una spaccatura nella quale si innalza una stele di marmo, nel basamento di pietra si trovano, con una vecchia macina da mulino, un vestito corroso, e una scatola cranica anch’essa di bronzo.
Il cilindro rappresenta la violenza, la stele è l’espressione di vita, gli altri oggetti sono il segno della morte e della distruzione.
Il giorno dell’inaugurazione fu veramente bello, i gonfaloni dei diversi Comuni sventolavano insieme alle tante bandiere delle Sezioni A.N.P.I. di Bonelle, del Sindaco di Serravalle e di Pistoia, ed infine il discorso ufficiale del Prof. Emiliano Panconesi, Presidente del Comitato Promotore.
Il Prof. Panconesi pronunciò un discorso molto approfondito sulla vita di Silvano e dei suoi compagni di lotta, a molti affiorarono le lacrime agli occhi, si intuì che in molti dei presenti una traccia era rimasta, di quanto Silvano e i suoi compagni avevano dato.
Ma questa fu la prima intuizione che i dirigenti della Sezione A.N.P.I. di Bonelle e della Polisportiva ebbero, e cioè quella di ampliare tutti quegli sforzi organizzativi per rendere la MARATONA DEL PARTIGIANO gara podistica già nata prima dell’inaugurazione del Cippo e intitolata a Silvano Fedi.
Quest’anno siamo all’ennesima edizione, il nostro compito non si è certo esaurito, perché al di là della manifestazione, che è pur sempre bella, belli sono i posti dove questa si svolge e ti invita a fare una bella scampagnata nel verde, dove puoi trovare ancora i branchi di cardellini e di fringuelli che felici si incrociano nell’aria cantando, e l’acqua delle fosse limpida e chiara, dove il saettare dei pesci e lo schizzo dei ranocchi ti fa ritornare ad un ambiente che ormai solo in qualche posto è ancora incontaminato dal “progresso”, ma il fine, quello che per noi più conta, è il CIPPO, la storia che esso rappresenta, il sacrificio dato senza nulla chiedere da giovani poco più che ventenni, nel pieno della loro giovinezza, morti per la libertà.
Ecco, questa è la mia storia, la storia della Maratona del Partigiano.