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1° edizione- ottobre 2007

1°Concorso di poesia “ Bottaccio”
Circolo Ricreativo Arci Bonelle
Bonelle, ottobre 2007

 

 


 

Nicola Giudice-Stefano Gargini-Giacomo Trinci-Giuseppe Grattacaso e Antonio Giudice

1° classificato Umberto Vicaretti – Luco de Marsi Scrivimi che stai bene
2° classificato Giovanni Caso – Siano (SA) Appena dietro il sasso della soglia
3° classificato Loriana Capecchi – Quarrata (PT) Fanciulli
4° classificato Paolo Sangiovanni – Roma Gli embrici sparsi in cocci sul sentiero
5° classificato Alberto Canfora – Roma Abbonora

Segnalati con menzione dalla giuria

Alessandro Bertolino – Torino Tifo
Mara Faggioli – Scandicci (FI) Hacuna Matata
Maria Grazia Coianiz – Firenze Mescolate nella coppa
Stefano Mazzacurati – Parma Battito

1° classificato autori Bonellini
Luciano Mazzieri
L’Anima del mare

Scrivimi che stai bene

Lettera

Già sale al borgo antico un’altra luna,
in questa sera dove più non sei.
È tanto che ti cerco e aspetto un segno:
pace e perdono più non mi appartengono,
ed è ferita, questa che fa male.
Perciò ti prego, Madre
(tu che di noi già sai)

scrivimi che stai bene,
che il filo d’ombra acceso nei tuoi occhi
non era che il riverbero del vespro,
un guizzo breve e innocuo del tramonto.

Scrivi, scrivimi presto:
di te, di pà, di voi non so più nulla.
Non so se in quell’altrove,
che invera un altro tempo,
gentile c’è chi forte vi sostiene
e lieve vi dà il braccio ed apre porte
a mitigare i transiti segreti.

Nessuno qui più abita le stanze,
la vecchia casa sanguina di assenze,
arresa e muta grida il suo silenzio.
Eppure aspetto trepido, una sera,
dalla finestra aperta la tua voce
cercare il me bambino perso ai giochi,
superbo re dei vicoli e del vento.

Ma intanto che io scrosto palmo a palmo
rubini e stelle ai cieli dell’infanzia,
del tempo chiaro e indenne in cui tu vivi
prendi una rosa e scrivi,
scrivimi che stai bene.
Umberto Vicaretti

Umberto Vicaretti e la moglie Maria

Appena dietro il sasso della soglia

E scalzi vi ricordo dietro il sole
e le ginocchia rosse per la corsa
quando stillava un miele sulle labbra
il grappolo maturo. Ed era immenso
ai nostri occhi il cielo sulle case.
Segni di serpi e rovi sul sentiero,
foglie intrecciate per cappelli alteri,
fionde di pruno.

Ed era il respirare
del giorno in un fraseggio di cicale,
scrigni dorati le stagioni e i mesi
caldi di vento come è caldo il cuore
dei melograni. Ed era spiga ardente
la luna che svettava in cima al mondo.

Ho ritrovato in fondo al lungo viaggio
lo spirito redento di quell’ora,
le brezze dei meriggi, il lungo abbraccio
dei tralci inteneriti dal libeccio.
La luce che s’affaccia dal balcone
è bianca come allora.

Ah quante attese
appena dietro il sasso della soglia,
i fiori sulle logge saracene,
il tuffo d’una rondine nel cuore
e quel bisbiglio sparso dal geranio,
per un istante, prima di dormire.
Giovanni Caso

Fanciulli

E ci rideva l’erba
l’aria
il fondo
di un cielo capovolto nelle fosse
azzurro una stagione. Forse neanche.
E verde un gracidare ci chiamava
Da specchi quasi in secca oltre le canne.
Soli
Nei pomeriggi magici d’estate.
Il calabrone perso in cerchi d’oro.
Bianca
la strada vuota di parole.
Pareti non aveva la campagna.

E il vento ci prendeva fra le braccia
sciogliendoci ogni fiocco dai capelli
rapiti uccelli
foglie vagabonde
in fuga verso poggi di lavanda.

Perdute le ali
resta solo il sogno
che ancora pesca al fondo nostalgie
versando a riva guizzi di rimpianto.

Ma il fiume adesso ha sponde di cemento
le stesse allora ariose di fanciulli
già letto di ranuncoli e verbena.

Scivola l’acqua senza una memoria
il vento passa muto e non rammenta.
Loriana Capecchi

Gli embrici sparsi in cocci sul sentiero

Gli embrici sparsi in cocci sul sentiero
che portava da te: attraversarlo;
Attraversare buche ed acquitrini
era la mia passione. Mentre il cuore
mi batteva più forte nell’attesa.

La dolcezza struggente senza scampo
dei fotogrammi della nostra appena
assaporata gioventù mi assale
quando una cartolina, una canzone
mi riportano indietro. E una diversa,
forse inventata, nostalgia di te
mi crocifigge.
Torna qualche volta:

Forse si può con uno stratagemma
lieve d’amore ritornare.
Torna.

Che ti costa sederti un pomeriggio
invisibile e lenta accanto a me
per riprendere il gioco?
Nella vita
la recita finisce troppo in fretta.
Nel rattoppo di un dialogo banale.

Non arrivano i nostri. Mai nessuno
si ricongiunge o torna. Non si arriva

Nessuno o niente ci riporta indietro.

Tu sei murata dietro aride porte.

Altrove brevi tracce: Ma non tu.
Paolo Sangiovanni

Abbonora

Nun ho dormito mica. Ho guasi pianto.
Mamma s’ha da spostà dar camposanto.
C’è l’aria frizzantina e sto a vedè.
La pala scava piano e s’avvicina:
ecco er vestito blè.
Eccola: è lei. Vedo er soriso
De chi pò stà sortanto in paradiso.
Mo so’ pacioso,
co la capoccia in una nuvoletta.
Ciò in braccio una cassetta
Co drento mamma in viaggio de riposo.

A mà. Te tengo in braccio pe fa un viaggio:
devo d’annà ar Verano.
Ma famo piano piano…
Tranquilli…Mo guardate er paesaggio.
Va bene come guido
‘sta bella passeggiata?
Che strana matinata…
Oggi ero nero. Vedi che mò rido?
So’ diventato alegro. Nun dì gnente:
parlo sortanto io.
Me piace ancora ditte: “amore mio”.
Lo dico piano…po’ sentì la gente…
Le cose che se dimo a còre a còre
te le ripeterò su ar quarto piano.
Le sentirà papà: nun stà lontano.
E se metteremo in tre a parlà d’amore.

Semo arivati. Mò t’ho da lassà.
Tra un po’ de tempo vengo a stà co te.
Così potremo ancora chiaccherà.
Alberto Canfora

Legata con lo spago sul manubrio
la radiolina trasmetteva le partite:
‘ vecchie signore’ e ‘ tori scatenati’
si contendevano la gloria.

E noi ragazzi in pantaloni corti
pedalavamo come il vento,
così che la molletta e il cartoncino
potessero donarci l’illusione
d’esser, per un istante,
impavidi centauri.

Nel pomeriggio pigro della festa,
la voce dello speaker
copriva l’effimero ronzio
dei raggi della ruota posteriore.

La cronaca, in diretta dallo stadio,
distribuiva rabbia, emozioni, gioia.
Ma il gol tardava ad arrivare.

E nell’attesa d’esultare
od imprecare al cielo,
ci fermavamo estatici
davanti al manifesto della Fenech:
per lei, senza eccezioni,
davvero, proprio tutti, tifavamo.
Alessandro Bertolino

Hacuna Matata

Conosco uomini che percorrono
strade tortuose,
sospese
tra terra e cielo,
come equilibristi sulla corda tesa
camminano carezzando gli ostacoli.
La luce del sole, nei loro occhi,
racchiudono e nelle tenebre della notte,
in silenzio, tengono il cuore in mano.
Conosco uomini che sanno volare in alto
ben oltre le cime del baobab,
non stringono in pugno diamanti
ma il loro nudo sorriso regalano al mondo
per dar luce alle aurore
di quest’oscuro millennio.
Ripetono un grido sommesso
di speranza soffuso, come tatuaggio
nell’anima inciso:

“Hacuna Matata” – “Non c’è problema”

“Hacuna Matata” è questo il tam-tam
che trasmettono al mondo,
è questa la loro bandiera,
vessillo iridato di pace e d’amore.

Ed è là, dove il sole all’orizzonte s’inchina
a baciare la terra africana e la memoria
sanguina e grida lo strazio di un travaglio
che ha sconquassato la vita,
dove il vento culla il pianto dei bambini
dagli occhi immensi come la loro fame,
là, questi uomini hanno lasciato il loro sorriso
scolpito nel sogno di un mondo migliore.
Mara Faggioli

Mescolate nella coppa

Mescolate nella coppa del ricordo
tutte le fobie
sprigionano aromi fruttati
dal gusto un po’ aspro.
Cedono gli strappi
ricuciti con fili di pianto
aspettando il dovuto
gratificante futuro.
Insicura ancora
e con le mie paure sola
ma senza lacrime superflue
scompongo e analizzo
classificando accetto
e liberamente bevo.
Reggo bene il vino
e gli sbagli del passato.
Maria Grazia Coianiz

Il medico il prete il tempo i secondi che avevano
sete…

quando vidi volare i miei anni
come fossero roba da chiodi
l’anima prese i suoi panni
la vergogna l’orgoglio i suoi modi.

Adombrarsi le mie primavere
ricontarsi come un rosario
il dolce e l’amaro mischiati lontano
dal mio zero fin su al questo piano
dove smontano già del calvario
la mia croce che cede il suo turno

quando vidi volare i miei anni e salire con fumo notturno
leggeri, più in alto, leggeri agli scranni di corpi perfetti

colorarsi di musiche nuove
le carezze lo sperma il mio sangue
rinnovarsi nel mio chissà dove
i morsi gli sputi le corse gli sforzi
la saliva di baci perduti, i rimpianti le gioie i rimorsi
il cervello snodare i ricordi, uno per
uno, più belli più
veri, tornati da un angolo in pellegrinaggio
a vedere chi c’era là fuori
a chiuderli sempre a fare miraggio
l’aria la luce le ombre gli odori

quando vidi volare i miei anni vidi chiaro che volevo parlare, ma

l’anima prese i suoi panni
e mentre profondo s’immerse in un mare

ce la feci soltanto a vedere come appannati da dietro una rete

il medico il prete il tempo i secondi che avevano
sete.
Stefano Mazzacurati

L’anima del mare

Cosa pensa il mare quando tace sornione,
con quell’aria un po’ distratta di chi si estrania
e se ne sta quieto ed immerso
nella culla a dondolo del proprio riposo;
quando si sveglia all’improvviso e si agita
con la smania dei bambini che scendono da un lungo sonno
e rincorrono la loro ombra.
Cosa dice il mare quando esplode forte e
urla la sua rabbia,
e rompe la linea dolce del suo orizzonte;
quando conquista il cielo e cattura le nuvole,
quando seduce il vento, si bagna d’acqua
e si ammanta di bianco e di nebbia.
Cosa sente il mare quando si guarda intorno
in cerca dei suoi limiti, e non li trova;
quando si perde nella sua grandezza e si rincorre impaurito
fino a rifugiarsi nei lontani scogli del suo pensiero.
Cosa sogna il mare quando aspetta le tenebre
e si ricopre di madreperla;
quando si nasconde furtivo, come un ladro nella notte buia
e ti strizza l’occhio con il riflesso argentato della luna.
Cosa sussurra il mare quando il suo gioco è danza,
furore e pazzia, estasi e voluttà, forza e
irruenza, luce, colori e…tutto,
quando possiede tutto e si muove affannato
a cercare il niente.

Luciano Mazzieri